Naufragi e visioni

Si bene calculum ponas, ubique naufragium est.
Petronio, Satyricon

Naufragi e visioni è il titolo della prima edizione del Cima Norma Art Festival che si svolgerà dal 21 al 30 agosto 2020 e che si articolerà attorno a uno delle metafore che l’uomo ha maggiormente utilizzato fin dall’antichità: quella del naufragio. Una metafora che forse più di ogni altra in Occidente è connessa storicamente alla rappresentazione dell’esistenza umana e alla quale il filosofo tedesco Hans Blumenberg ha dedicato nel 1979 uno dei suoi libri più fortunati: Naufragio con spettatore. Paradigma di una metafora dell’esistenza. Come ha osservato Eckart Schäfer, nel momento stesso in cui l’uomo ha inventato la barca come strumento di sfruttamento e dominio dell’elemento marino, l’ha anche scoperta come simbolo per rappresentare la sua stessa esistenza nel tempo. Fin dall’antichità il viaggio in mare e i rischi ad esso connessi sono assurti a metafora privilegiata per rappresentare il destino dell’uomo all’interno di un contesto naturale che minaccia costantemente di sopraffarlo.

Bello, quando sul mare si scontrano i venti
 e la cupa vastità delle acque si turba,
guardare da terra il naufragio lontano:
 non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina,
 ma la distanza da una simile sorte. 

Partendo dal celebre inicpit del secondo libro del De Rerum Natura di Lucrezio, in cui si descrive il sollievo provato da chi osserva con i piedi ben saldi sulla terraferma un naufragio che si svolge al largo, Blumenberg segue l’evoluzione e la trasformazione di questo tropo nel corso dei secoli. Mettendo in luce i continui adattamenti e le variazioni a cui viene sottoposta la metafora dai diversi autori che la rivisitano, il filosofo tedesco evidenza come in queste trasformazioni si riflettano i mutamenti di paradigma intervenuti nel tempo rispetto alle modalità con cui avviene la nostra esperienza del mondo.

L’immagine lucreziana si ricollega infatti a una realtà storica in cui la dimensione stanziale tipica delle civiltà basate essenzialmente sull’agricoltura è vissuta come un elemento primario di sicurezza. Ogni forma di nomadismo o anche solo la necessità di abbandonare temporaneamente la condizione stanziale comportano l’emergere di rischi e pericoli e impongono di fare rapidamente ritorno al luogo d’origine. Non a caso il ritorno a casa è il fulcro attorno a cui si sviluppa l’intrico di disavventure e peripezie che compongono il più importante poema dell’antichità greca: l’Odissea. Del resto, nell’antichità, come scrive sempre Bodei, la terra è l’unico dei quattro elementi concesso all’uomo dagli dei, gli altri tre, ovvero acqua, aria e fuoco, gli sono interdetti ed egli può ottenerli solo al prezzo della violazione di un divieto mitico.

Nel Cinquecento, con l’avvento dell’epoca moderna e l’affermarsi della “rivoluzione copernicana”, la posizione dello spettatore, che Lucrezio identificava con il saggio epicureo che osserva imperturbabile le vicende del mondo, diventa sempre più difficile da sostenere. L’uomo, ormai trascinato nei viaggi di scoperta ed esplorazione, diventa consapevole che non può più starsene in disparte e che deve assumere su di sé il rischio continuo che la vita gli impone. Non esistono più posizioni sicure. La differenza tra terraferma e mare è cancellata. Come scrive Pascal: “noi voghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti”. Da questo momento, l’atteggiamento dello spettatore che osserva il naufragio con distacco al sicuro sulla terraferma comincia ad essere guardato come una forma di egoismo meschino. Nel corso dei secoli successivi, mentre l’uomo è ormai chiamato a misurarsi non più solo con le tempeste naturali ma anche con quelle della storia, questa serenità imperturbabile, questo chiamarsi fuori, appaiono sempre più anacronistici e la figura del naufrago e quella dello spettatore finiscono per fondersi in un’unica persona. Lo spettatore non è più al riparo sulla terraferma, ma è lui stesso il naufrago.

Con il tramonto delle certezze e la fine delle grandi narrazioni che caratterizza il Novecento, la metafora lucreziana subisce una nuova trasformazione. Anche la terraferma, infatti, finisce per essere messa in discussione, venendo sommersa dall’elemento marino. Tutto nella modernità è ormai dominato dalla fluidità, tutto è liquido e non vi sono più porti sicuri e terre dove poter riparare. Non essendoci più la possibilità di un ancoraggio sulla terraferma, il viaggio non ha più né un inizio né una fine. Come constata Karl Jaspers il “naufragio è infinito”. Da qui l’immagine conclusiva del libro di Blumenberg per cui  persino la barca su cui si trova il naufrago può essere stata costruita e può essere costantemente riparata solo a partire da frammenti recuperati nel mare stesso. E questi frammenti, ovviamente, non possono provenire che da precedenti naufragi.

Se sulla scorta delle riflessioni filosofiche di Blumenberg, ci volgiamo ora ad osservare più da vicino il modo con cui i naufragi hanno popolato l’immaginario collettivo negli ultimi due secoli, possiamo notare come nei primi decenni dell’Ottocento, con il Romanticismo, si chiuda in qualche modo l’epoca eroica del naufragio che i grandi viaggi di esplorazione e scoperta oceanici cinquecenteschi avevano inaugurato. Nei dipinti di pittori romantici come Vernet, De Loutherbourg, Turner, Caspar David Friedrich, siamo confrontati con lo spettacolo terrificante e al contempo sublime del mare in tempesta che l’uomo, pur nell’enorme disparità di forze rispetto alla natura, affronta con titanica volontà di autoaffermazione, consapevole del tragico epilogo che lo può attendere. Ma questa stessa volontà, trasformata in sete insaziabile e cieca di dominio, finirà per trascinare il capitano Achab nelle profondità dell’oceano dopo lo scontro finale con la grande balena bianca nel romanzo che Melville pubblica nel 1851.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, dopo che i mari e gli oceani erano ormai stati battuti in lungo e in largo, ad eccezione forse di quelli che occupavano le aree polari, dove le spedizioni di Franklin prima e quella di Shakleton poi si areneranno in icastici naufragi nel ghiaccio, la terra non aveva più quasi nulla di incognito. Nei secoli precedenti erano stati occupati e colonizzati territori sconfinati, erano state disboscate e dissodate migliaia di ettari di terreno, erano state create nuove strade e ferrovie, erano nati nuovi villaggi e città e ora per recuperare queste nuove realtà alle possibilità economiche della seconda rivoluzione industriale occorrevano forti iniezioni demografiche. Ecco allora che furono soprattutto le masse disperate di emigranti europei che si riversavano via mare nelle terre nuove degli Stati Uniti, del Sud America, dell’Australia le vittime dei nuovi naufragi. I naufragi dei grandi piroscafi e transatlantici, che con la loro mole immensa sfidavano imperterriti le vaste e turbolenti distese oceaniche grazie alla nuova potenza tecnologica dell’industria navale, non furono però quasi mai dovuti allo scatenarsi delle forze della natura, ma quasi sempre dipesero da errori umani oppure da guasti e incidenti, non di rado determinati dall’avidità degli armatori. Furono eventi terribili che causarono un gran numero di morti e che rimasero impressi in modo duraturo nell’immaginario popolare. Oltre al Titanic si possono ricordare i naufragi del Sirio, della Principessa Mafalda, del Bourgogne, dell’Utopia.

Se negli anni della Seconda Guerra Mondiale i naufragi rientrarono tra gli innumerevoli episodi di vario tipo e natura che quotidianamente causavano morte e distruzione, conseguenze di una guerra a tutto campo che non risparmiava nemmeno i mari, nei primi decenni del dopoguerra i naufragi divennero meno frequenti e occuparono con minor assiduità le cronache. Certo le tragedie in mare, spesso anche gravi, continuarono, ma la loro presa sull’immaginario collettivo si fece un po’ meno intensa, a parte forse l’affondamento di alcune grandi navi da crociera come l’Andrea Doria. A colpire l’immaginario collettivo, in questi decenni, furono soprattutto vicende di singoli individui che negli oceani portarono a compimento il loro tragico destino, sospeso tra aspirazioni eroiche di impronta romantica e vocazione al suicidio. Tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso, quando i grandi confronti tra l’uomo e le forze della natura sembravano poter sopravvivere solo nelle sfide rappresentate dalle traversate oceaniche in solitaria, una serie di naufragi individuali, misteriosi e ambigui, attirarono l’attenzione dell’opinione pubblica. Tra queste figure, che nel mare trovarono il palcoscenico ideale per mettere in scena una sparizione quasi sempre avvolta in una fitta coltre di incertezza, troviamo personaggi come Donald Crowhurst, Bas Jan Ader e Alain Colas. Tutti scomparsi misteriosamente nell’elemento marino come aveva fatto già alla fine degli anni Trenta il fisico italiano: Ettore Majorana.

In quei decenni, segnati dalla guerra fredda, l’immaginario popolare, in concomitanza con il crescente sviluppo tecnologico e con la corsa allo spazio, era però ormai plasmato soprattutto dai sogni e dagli incubi proposti dalla fantascienza e quindi inesorabilmente spinto oltre i confini del globo terrestre. I nuovi mari e oceani da solcare diventavano le infinite distese siderali mentre per affrontare viaggi che duravano anni-luce le navi si trasformarono in sempre più mastodontiche e ipertecnologiche astro-navi. L’immagine del naufrago divenne da questo momento quella dell’astronauta che, perso il contatto con la propria navicella, fluttuava solitario nel nero assoluto del vuoto cosmico, come in 2001 Odissea nello spazio. Allo stesso tempo, le navi reali, come la corazzata giapponese Yamato affondata nel corso della seconda guerra mondiale, riemergevano dagli abissi marini tra gli spruzzi in technicolor delle serie animate e si involavano verso le insondabili profondità dell’universo.

Ma la “fine della storia”, almeno di quella terrestre, non era ancora giunta e tra la metà degli anni Novanta e i primi anni Duemila la cronaca ci ha riportato con i piedi sulla terra, o meglio nell’acqua, contribuendo a rendere nuovamente di grande attualità la metafora del naufragio. I disastri ambientali causati dal naufragio di alcune petroliere, con le loro immagini icastiche di uccelli marini trasformati in mostri bituminosi, hanno rappresentato un campanello d’allarme per i danni irreversibili e drammatici che l’azione dell’uomo può causare ai fragili equilibri su cui si basa l’ecosistema terrestre. Un allarme che negli ultimi anni è diventato vera e propria emergenza di fronte agli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico in atto, tra i cui effetti si prospetta un sempre più massiccio scioglimento dei ghiacci artici che porterà a un innalzamento dei mari e quindi al “naufragio” di molte aree costiere, oggi spesso densamente popolate, in tutto il mondo. Negli anni Duemila, l’immagine del cormorano invischiato di catrame è stata però ben presto sostituita nell’immaginario collettivo da quelle dei cadaveri di migranti depositati dalle onde sulle spiagge del Mediterraneo, come quella del piccolo Alan Kurdi che nel 2015 suscitò grande emozione nell’opinione pubblica occidentale. L’intensificarsi dei flussi migratori verso l’Europa che negli anni Novanta coinvolgevano soprattutto le popolazioni dell’ex Jugoslavia e che dai primi anni Duemila sono state sostituite dalle popolazioni provenienti dall’Africa o dal Medio Oriente, hanno drammaticamente riportato all’ordine del giorno, anche in termini numerici, il tema del naufragio. Il bollettino quasi quotidiano dei naufragi, che spesso avvengono in mare aperto lontano dalle telecamere, è diventato, con le sue cifre quasi sempre approssimative, una sorta di rumore di fondo al quale in qualche modo ci siamo ormai assuefatti. A fare da contraltare a questa “normalità” della tragedia, il grande scalpore e l’eco mediatica suscitati dal naufragio nel 2012 della nave da crociera Costa Concordia al largo dell’Isola del Giglio, sospeso tra tragedia e farsa.

L’ultima vicenda in ordine di tempo, alla quale la metafora del naufragio sembra attanagliarsi perfettamente è la pandemia, dovuta alla diffusione del Coronavirus, in cui siamo tuttora immersi. La metafora della guerra che molti hanno usato per descrivere il nostro rapporto con il dilagare del contagio appare, secondo noi, del tutto impropria. Ancora una volta è infatti la metafora del naufragio a rivelarsi quella più adatta ad illuminare una situazione in cui l’uomo si trova a essere confrontato con le forze soverchianti della natura. Questa volta però il naufragio potrebbe essere causato da un virus che si diffonde attraverso gli stessi liquidi corporali umani come la saliva o le lacrime e che provoca, come hanno raccontato molti pazienti, una fame d’aria che è stata spesso paragonata all’esperienza di un annegamento. In un periodo che, non a caso, è stato definito Antropocene, l’uomo finisce per riassumere in sé tutte le figure e gli elementi presenti nell’antica metafora lucreziana, essendo al contempo il naufrago, lo spettatore, il mare e la terraferma. Unica soluzione per arginare il contagio, la sospensione della natura sociale dell’umanità (ovvero della sua più intima essenza) e il confinamento solitario (l’isola-mento) nel perimetro della propria abitazione, trasformata in una sorta di isola deserta per miliardi di novelli Robinson Crusoe. Ancora una volta, tuttavia, seppur ampiamente attrezzati tecnologicamente, il confronto con le forze della natura appare impari e le conseguenze della tempesta virale possono provocare nei prossimi anni innumerevoli naufragi individuali e collettivi, coinvolgendo ambiti molto diversi: dall’economia alla politica, dalla socialità alla cultura.

Sulla base di quanto appena osservato, risulta evidente che la metafora del naufragio è tornata di grande attualità, riuscendo ancora una volta a condensare lo spirito del tempo in cui viviamo e i riflessi che questi hanno sulla nostra esistenza. Non a caso, lo scrittore franco-libanese Amin Maalouf, partendo da considerazioni in parte analoghe a quello che abbiamo sviluppato, ha intitolato il suo ultimo libro, uscito alla fine del 2019, Naufragio delle civiltà.

Tornando però a questo punto alla metafora lucreziana, dobbiamo ricordare che accanto al naufrago vi è fin dall’inizio un’altra figura importante, quella dello spettatore. Se nel corso del Novecento, come abbiamo visto, queste due figure hanno finito per sovrapporsi, riassumendosi nell’immagine del naufrago alla deriva in un mare infinito da cui è sparita ogni traccia di terraferma, l’unica possibilità che rimane allo sguardo per non rimanere imprigionato nello spettacolo ipnotico e annichilente delle onde marine è quella di proiettarsi al di là della realtà che lo circonda. Lo sguardo dello spettatore-naufrago deve cioè diventare visione, deve proiettarsi nel futuro cercando di immaginare le soluzioni che gli permettano di costruire attraverso i resti dei naufragi precedenti, unico appiglio che il mare ancora gli offre, un’isola dove poter anche solo temporaneamente attraccare. Questo però richiede lo sforzo di pensare nuove forme di collaborazione non solo con gli altri naufraghi, ma anche con la fauna e la flora che in quelle acque, a differenza di lui, sono di casa. Del resto, come ha osservato Massimo Cacciari, non sempre il naufragio è segno di sventura o di errore. Spesso ha infatti un carattere provvidenziale, come quando, è il caso della Nuova Atlantide di Bacone, porta alla scoperta di un’isola utopica. Ed è forse solo la rinascita di un pensiero utopico rinnovato e consapevole che può aiutarci in questo generale clima di naufragio. Proprio per questo abbiamo deciso di intitolare questo Festival Naufragi e visioni, perché quello di cui abbiamo bisogno in questo momento sono soprattutto delle visioni.